sabato 5 novembre 2011

Atom Heart Mother (1970)

Nel panorama complessivo del progressive rock britannico, e in generale degli anni '70, i Pink Floyd hanno sempre rappresentata un'eccezione. Siamo a cavallo fra il '67 ed il '72, in piena era space rock, e la psichedelia imperversa fra le file; i primi passi sulla Luna sono già stati mossi, e la maggior parte degli artisti dell'epoca subiscono l'influenza di questa atmosfera eterea. David Bowie pubblica Space Oddity, e nascono gruppi dai nomi "cosmici" (come gli UFO).
In questo scenario i Pink Floyd, fra i primissimi pionieri di questo stesso movimento, autori di brani quali Astronomy Domine e Interstellar Overdrive (The Piper at the Gates of Dawn) o Let There Be More Light e Set the Controls for the Heart of the Sun (A Saucerful of Secrets), vanno decisamente controcorrente e, non volendo rimanere legati all'immagine del gruppo psichedelico "spaziale" per poter esplorare tutti i generi musicali senza limitazioni, decidono di pubblicare un disco completamente fuori fase. La copertina è un esempio più che chiaro dell'intento del gruppo: in mezzo a tante cover eteree o cervellotiche, la foto di una mucca frisona al pascolo (ispirata alla carta da parati di Andy Warhol) risaltava completamente, messa in luce dalla sua naturalezza. È un tentativo di pubblicare qualcosa dello stesso spirito sperimentale di Ummagumma in un modo più accessibile al grande pubblico, che non risulti di difficoltosa digestione. Con queste premesse può stupire dunque il fatto che la title track, primo brano del disco, sia una suite di ben 24 minuti, che occupa l'intera prima facciata del LP.
A onore del vero, Atom Heart Mother non sarebbe neppure una vera suite, bensì un unico lungo brano, "spezzato" artificiosamente e in modo puramente teorico in 6 diverse sezioni, ognuna col suo nome (Father's Shout, Breast Milky, Mother Fore, Funky Dung, Mind Your Throats Please e Remergence). Questo per motivi più che altro economici, dacché le royalties ricevute dagli artisti per un loro disco erano all'epoca calcolate in base al numero di tracce presenti sul disco. Stesso discorso per Alan's Psychedelic Breakfast, brano di 13 minuti spezzettato in tre sezioni (Rise and Shine, Sunny Side Up, Morning Glory). Le due suite "tagliate e ricucite" sono ad ogni modo brani eccezionali, strumentali arricchiti da dialoghi ed effetti sonori, resi reali in modo sconvolgente dall'imponente lavoro di mixaggio in quadrifonia, enorme innovazione dell'ingegneria del suono portata "alla ribalta" proprio dai Floyd.
Si viene così a creare un deciso contrasto fra questo orgasmo di effetti sonori e le semplici ballate "5-mins-each" sulla prima metà del lato B. Brani tra l'altro parecchio individuali: una personale If di Waters, una dolce Fat Old Sun, scritta ed interpretata da Gilmour. Fra le due troneggia Summer '68 di Wright, un brano dai toni disillusi ma pieno dell'energia tipica del progressive rock, e musicalmente ispirato ai lavori di Béla Bartók (compositore caro al tastierista dei Floyd).
Registrato sempre negli studios della EMI ad Abbey Road, Londra, si è guadagnato un posto da pietra miliare della storia della musica per la sua assoluta innovatività e la perizia tecnica con cui è stato registrato con la partecipazione del nuovo "acquisto" di casa EMI, Alan Parsons.

lunedì 29 agosto 2011

Led Zeppelin (1969)

Pochi anni nel corso della storia della musica son stati tanto pieni come il '69, culmine di un'era e allo stesso tempo spartiacque fra due epoche distinte, apice della controcultura e della psichedelia, ma anche lenta nascita della musica rock degli anni '70. E proprio nel 1969 assistiamo all'esordio di decine dei gruppi musicali che scriveranno la Storia, pionieri del progressive e leggende del rock. Segno evidente del cambiare dei tempi, molti artisti di peso degli anni Sessanta, verso la fine degli stessi, cambiano repertorio, formazioni, gruppi, si evolvono, si mescolano fra loro, nascono i primi supergruppi. Gli Yardbirds sono uno di quei complessi simbolo del decennio in chiusura appunto sull'orlo della crisi: in meno di sei anni hanno contribuito ampiamente a gettare le basi del rock, e ospitato gli esordienti Eric Clapton, Jeff Beck e Jimmy Page. Dopo la "cacciata" di Beck, è proprio Page (già talentuoso session man londinese, entrato nel gruppo nel 1966 come bassista e passato poi anche lui alla chitarra solista), a tenere in mano le redini del gruppo. Rimasti lui e il bassista Chris Dreja, abbandonato dal cantante Keith Relf e dal batterista Jim McCarty, il gruppo deve ancora adempiere ad alcuni obblighi contrattuali per una tournée in Scandinavia. L'idea è quella di formare un nuovo gruppo con Keith Moon e John Entwistle degli Who, ma il complesso non verrà mai fondato: si trova solamente una volta in sala di registrazione, insieme al bassista e tastierista John Paul Jones (all'anagrafe John Baldwin, altro apprezzato turnista ed arrangiatore), per incidere il brano Beck's Bolero. Moon commenterà poi che un gruppo del genere si sarebbe librato in aria tanto quanto un dirigibile di piombo (a lead Zeppelin). Page è di nuovo al punto di partenza, e propone il posto di cantante a Terry Reid; quest'ultimo rifiuta, ma suggerisce uno sconosciuto cantante di Birmingham, tale Robert Plant. Il chitarrista assiste ad un'esibizione di Plant e, rimastone assai impressionato, decide di contattarlo poco tempo dopo; il cantante accetta il posto nei New Yardbirds (così si chiama il complesso in partenza  per la Scandinavia) e consiglia a sua volta un suo "fragoroso" amico batterista, John Bonham. Nel frattempo Dreja ha abbandonata la musica per dedicarsi alla sua passione per la fotografia; questa volta è il già conosciuto John Paul Jones, mezzo disoccupato, a farsi avanti per coprire il posto, e Page lo accetta di buon grado all'interno del gruppo. Il nuovo organico del complesso è una combinazione esplosiva, e conclusa la tournée scandinava, Jimmy Page, ricordando il commento sarcastico di Keith Moon, cambia il nome del gruppo in Led Zeppelin (la A di lead viene tolta per evitare fraintendimenti nella pronuncia), una specie di ossimoro in parte anche vagamente ispirato agli Iron Butterfly.
Led Zeppelin, registrato nell'ottobre del 1968, è una vera e propria pietra miliare, album di transizione fra il blues rock britannico e il nascente hard rock. È uno di quegli album nati da poche ore di lavoro in studio in orari improbabili (30 ore nel corso di nove giorni), nonché uno dei migliori investimenti della storia della musica contemporanea: rese più di 3 milioni e mezzo di sterline, mentre per la sua produzione ne furono spese solamente 1.782. Del resto quando si parla di Page è inevitabile discutere d'affari.
Il disco apre con un rock duro e deciso, Good Times Bad Times, che dà una certa anticipazione dello stile che caratterizzerà il gruppo per almeno la prima metà del decennio seguente. Fa coppia fissa con Communication Breakdown, un frenetico rock 'n' roll che getta per così dire le fondamenta dell'heavy metal.
A contrasto con il ritmo pesante di questi brani, vi troviamo affiancati due classici blues di Willie Dixon, You Shook Me e I Can't Quit You Baby, più un originale How Many More Times (che chiude il disco) dalla durata di otto minuti e mezzo (è il brano più lungo del disco), nel quale Page si avvale di una rara tecnica chitarristica, suonando la sua Gibson Les Paul con un archetto da violino. Tecnica che utilizza anche, con resa maggiore, nella leggendaria Dazed and Confused, blues psichedelico di Jake Holmes ereditato dal repertorio degli Yardbirds (e accreditato interamente a Page nell'album), che diventerà uno dei pezzi di maggiore successo del gruppo, e che nelle esibizioni dal vivo supererà la barriera dei 25 minuti di durata.
Ad aprire il lato B sono le dolci note di organo suonate da Jones in Your Time Is Gonna Come, in cui Page inserisce una traccia di steel guitar a 10 corde, che impara a suonare proprio durante le sessioni di registrazione dell'ottobre '68. Subito segue lo strumentale Black Mountain Side, ispirato ad un brano tradizionale folk irlandese: il chitarrista qui utilizza un'accordatura modale (in re) sulla chitarra acustica (una Gibson J-200 presa in prestito), accompagnato dal musicista indiano Viram Jasani alla tabla. Sempre la Gibson J-200 donerà, assieme alla straordinaria voce di Robert Plant, quel sound struggente al capolavoro acustico dei Led Zeppelin, Babe I'm Gonna Leave You, un brano di cui Plant e Page avevano sentita la versione di Joan Baez, riarrangiato in uno stile allo stesso tempo duro e delicato, e accreditato quindi inizialmente come "Trad. arr. Page" (successivamente, negli anni '80, si scoprì la vera autrice, Anne Bredon).
L'album esce negli Stati Uniti il 17 gennaio 1969 sotto etichetta Atlantic, dalla quale i Led Zeppelin, insieme al nuovo manager Peter Grant, erano riusciti ad ottenere uno straordinario contratto; prodotto dall'ormai indiscusso leader Jimmy Page, con l'ausilio del tecnico del suono Glyn Johns. Sulla copertina, una foto dell'incendio del dirigibile Zeppelin LZ 129 Hindenburg, del 6 maggio 1937, che diventerà in un certo senso il logo del gruppo; la foto dei quattro membri sul retro di copertina è invece uno scatto di Dreja, l'ex bassista degli Yardbirds.
I Led Zeppelin partono in quarta, con un tour negli States con l'album d'esordio appena uscito; prima degli show dal vivo il gruppo è solito chiamare le stazioni radio per sapere quali brani del disco fossero i più apprezzati. Il fenomeno Zeppelin comincia immediatamente a prendere prepotentemente piede e già alle soglie degli anni '70 sono il simbolo di una nuova generazione. È il decollo della più significativa rock band degli anni Settanta.

giovedì 25 agosto 2011

Abbey Road (1969)


È forse un po' contraddittorio cominciare da un album che in un certo senso ha chiuso un'era. Se non altro sconveniente: Abbey Road è un album sul quale si possono scrivere interi libri (ed ovviamente è già stato fatto). Troppe cose da dire. Cerchiamo di fare un riassunto più o meno ordinato.
Siamo nel febbraio del 1969, cominciano a sbocciare gli artisti che faranno la storia della musica del decennio successivo, Michael Lang e Artie Kornfeld negli States trovano un finanziamento per un progetto che si evolverà fino a diventare il più grande festival ed evento musicale (e sociale) di tutti i tempi. Allo stesso tempo, il complesso musicale che aveva dominato i magici anni sessanta, proprio sul finire di questi ultimi era in inesorabile declino. Ancora infreddoliti dalla folle esperienza del concerto improvvisato sul tetto della Apple il 30 gennaio, i Beatles si scontrano l'uno contro l'altro e si dedicano maggiormente alla propria vita privata: Paul McCartney sposa Linda Eastman, John Lennon convola a nozze con Yoko Ono a Gibilterra, George Harrison viene ricoverato per una tonsillectomia. Gli avveniristici studi di registrazione della Apple a Savile Row, promessi e progettati da “Magic Alex” (all'anagrafe Alexis Madras) sono decisamente troppo avveniristici, e vanno ricostruiti completamente. La prima vera e propria registrazione di Abbey Road avviene perciò ai Trident Studios, dove il 22 febbraio viene incisa I Want You (She's So Heavy) di John.
Harrison si dà altrettanto da fare e registra i demo di Old Brown Shoe, Something e All Things Must Pass. La prima finirà sul lato B di The Ballad of John and Yoko, composizione (chiaramente lennoniana) nella quale John e Paul, da soli, suonano tutti gli strumenti, in mancanza degli altri due “titolari”. I Beatles sono tornati ai leggendari Abbey Road Studios, nell'omonima via di Londra, assistiti dallo storico produttore (e amico) George Martin.
È in luglio che scatta la scintilla e prende forma l'album vero e proprio. In una sorta di tentativo di “chiudere in grande”, i Fab Four mettono da parte le discussioni personali, e George Martin, a cui viene chiesto di produrre un loro album “come ai vecchi tempi”, accetta a patto che i quattro si comportassero appunto “come ai vecchi tempi”. Detto fatto: i Beatles registrano negli studi 2 e 3 fino al 5 agosto, dando vita a un vero e proprio miracolo di riappacificazione. Le polemiche ricominciano a farsi sentire alla scelta del nome. Il più accreditato al momento è Everest, ma l'idea di andare fino in Tibet per scattare una foto per la copertina non riscuote molto successo; Ringo, poco attratto dai viaggi lunghi, sbotta e se ne esce con uno scherzoso “E che cazzo, allora usciamo a fare la foto qui fuori e intitoliamo l'album Abbey Road!”. E si ripete quel che negli anni addietro era successo per A Hard Day's Night e Tomorrow Never Knows. Paf! Una foto sulle strisce pedonali, mixaggio, sovraincisioni orchestrali, e il settembre il disco esce volando in poco tempo ai vertici delle classifiche di mezzo mondo. È l'ultimo vero album dei Beatles, una specie di “secondo Sgt. Pepper's, altrettanto innovativo”, come lo definisce lo stesso George Martin.
L'album si apre con Come Together, nata come “slogan” per la campagna di Timothy Leary contro la candidatura a governatore di Ronald Reagan. Trasformata in un blues ricco di nonsense ed allusioni sessuali e alla droga, è probabilmente uno dei simboli della produzione lennoniana. È quasi impossibile pensare ad Abbey Road senza immaginarsi il riff di basso che accompagna tutta la canzone. Lennon partecipa al disco con altre composizioni quali la già citata I Want You (She's So Heavy) e l'armonicamente complessa Because (basata sugli accordi della sonata Al Chiaro di Luna di Beethoven suonati al contrario, come John aveva chiesto di fare a Yoko).
Paul si sbizzarrisce invece con Maxwell's Silver Hammer (“una metafora del Karma e degli alti e bassi della vita”) e Oh! Darling, con cui fa ritorno alla vecchia gloria di Long Tall Sally. Firma inoltre il lungo medley che riempie quasi interamente il lato B del disco, una suite-collage pop di 16 minuti, e la coda dell'album, Her Majesty, un'irriverente e cortissima ballata dal finale amputato.
Ringo fa la sua parte con un assolo di batteria in The End, pezzo conclusivo del medley, e Octopus's Garden, la seconda ed ultima composizione firmata Starkey nella discografia dei Beatles, ispirata dai racconti di un pescatore sardo (incontrato in vacanza) su come le piovre costruissero come dei giardini sottomarini con le pietre che raccattavano sui fondali.
Ma è sicuramente George a dare il contributo "maggiore", con le sue due composizioni più celebri: Something (la "Lennon/McCartney" preferita di Frank Sinatra) e Here Comes the Sun, una canzone spensierata e cristallina (ma anche ritmicamente complessa) scritta nel giardino dell'amico Eric Clapton, nel Surrey, un giorno che aveva “marinato” le prove in studio, e che riporta il sole dopo la fragorosa bufera che chiude improvvisamente il lato A dell'album. L'incisione di quest'ultimo pezzo avvenne senza la presenza di Lennon, ricoverato in seguito ad un incidente stradale.
Album più che avveniristico, caratterizzato anche dall'uso frequente del sintetizzatore Moog, che Harrison aveva acquistato da poco. Si conferma senza dubbio come una pietra miliare della storia della musica, con una delle copertine più celebri di sempre e più di 30 milioni di copie vendute.